Cina: le campagne di repressione contro le formazioni

 sociali non controllate dal partito comunista

(«Avvenire»,  Domenica 9 Gennaio 2000)

 

IL CASO Campagna di repressione contro ogni formazione sociale non controllata

dal partito comunista

LA CINA COI DENTI D'ACCIAIO

Nessuna concessione ai diritti umani: nuove condanne

 

Tre anni di carcere per aver scritto una lettera al presidente cinese Jiang Zemin in cui chiedeva di sconfiggere la corruzione e riforme democratiche. La condanna di un giovanissimo dissidente è solo l'ultimo episodio di una guerra senza quartiere lanciata dal regime cinese contro ogni forma di espressione sociale non controllata dal Partito comunista. Nel mirino soprattutto le organizzazioni che il regime vede come potenziali centri alternativi di potere, dal Partito democratico alla setta spiritualista Falun Gong, dal monachesimo tibetano alla Chiesa cattolica sotterranea. Intanto fa ancora discutere il caso del piccolo Lama, numero 3 nella gerarchia tibetana, riparato in India per sfuggire al controllo asfissiante delle autorità cinesi: a Pechino c'è forte imbarazzo perché era l'unica autorità tibetana riconosciuta sia dal Dalai Lama sia dalla Cina.

 

BUROCRATI A PROVA DI QUALSIASI ILLUSIONE

 

Luigi Geninazzi

 

Dai Paesi comunisti, si diceva un tempo, fuggirebbero anche i lampioni se potessero. Oggi dalla Cina fuggono anche i «pupazzi» (detto senza ingiuria), almeno così veniva considerato dal regime di Jiang Zemin il piccolo Buddha Karmapa, unica "reincarnazione del Lama supremo" riconosciuta dalle autorità comuniste di Pechino. Il ragazzo quindicenne, numero tre della gerarchia spirituale tibetana, era soprattutto un leader "patriottico" fino al punto di pregare in pubblico per l'anima del Grande Timoniere Mao Zedong. Un fantoccio del regime, una creatura del partito insomma. Fino a quando è scomparso improvvisamente dal suo monastero e dopo una lunga marcia nelle nevi dell'Himalaya si è fatto vivo in India a Dharamsala, capitale del governo del Tibet in esilio, con grande imbarazzo di Pechino.

Ad un altro giovane cinese, il diciannovenne Wang Yinzheng, è andata peggio: un tribunale l'ha condannato a tre anni di prigione per il reato di sovversione, avendo scritto una lettera aperta alle autorità del suo Paese con la richiesta di adottare misure contro la corruzione in seno al partito.

Cronache d'inizio millennio che ci giungono dal più grande Paese tuttora soggetto al partito comunista saldo al potere, a ricordarci che se in Europa il muro è caduto ad Oriente resta pur sempre una Grande Muraglia a far da barriera al rispetto dei fondamentali diritti umani.

Vent'anni di riforme economiche all'insegna del vecchio slogan di Bucharin, «Arricchitevi!», hanno gettato fumo negli occhi degli occidentali ma a quanto pare non devono aver convinto i cinesi, almeno quella stragrande maggioranza che sogna ancora prosperità e soprattutto libertà. In realtà il

capitalismo "made in China" ha di liberale solo la parvenza, dominato com'è dall'interventismo statale (lo ha ammesso recentemente lo stesso primo ministro Zhu Rongj) mentre le cosiddette imprese private sono in mano all'immutabile Nomenklatura rossa del partito e dell'esercito. Cresce lo scontento, si moltiplicano i gruppi che chiedono una revisione storica dei fatti di piazza Tien An Men e s'allarga il dissenso di carattere religioso.

Negli ultimi tempi il dipartimento di propaganda del partito ha dichiarato battaglia contro il Falun Gong, un miscuglio di buddismo e taoismo che si basa su meditazioni ed esercizi ginnici apparentemente innocui. Cinquemila seguaci sono stati spediti nei campi di lavoro, qualcuno è stato condannato a 18 anni di carcere eppure il Falung Gong appare in continua espansione, praticato da 80 milioni di cinesi. Il partito intensifica la repressione contro qualsiasi gruppo, setta o chiesa che si ponga come una realtà indipendente, ancorchè non ostile, di fronte al potere. In questo modo tuttavia il regime comunista cinese manifesta la propria debolezza: più si scatena nella lotta anti-religiosa e

più cresce la protesta.

Nello stesso giorno in cui tutto il mondo ha appreso la notizia della clamorosa fuga del piccolo Buddha c'è stato a Pechino un silenzioso ma significativo gesto di dissenso da parte dei cattolici. Non

solo quelli clandestini, fedeli al Papa, ma anche i membri della cosiddetta Chiesa patriottica che finora non avevano mai osato ribellarsi al partito. All'ordinazione illegale di cinque vescovi nel giorno dell'Epifania molti banchi sono rimasti vuoti in segno di protesta, preti, seminaristi e semplici fedeli della Chiesa patriottica si sono dimostrati più fedeli alla Chiesa che al patriottismo di regime.

Che tutto questo avvenga mentre Pechino si dichiara interessato ad una normalizzazione dei rapporti con il Vaticano non deve stupire. Un regime comunista può arrivare al punto di tollerare la religione e di permettere l'esistenza di una Chiesa purché - alla fine - tutto ricada sotto il proprio controllo. Qualcosa del genere era successo in un Paese filo-sovietico come la Cecoslovacchia dove le autorità comuniste cercavano d'imporre vescovi di proprio gradimento, appartenenti al movimento filo-governativo Pacem in terris. Ma proprio i testi del Concilio Vaticano II impediscono a chiare lettere un simile atto di sudditanza politica e ideologica ed è a quei documenti che Giovanni Paolo II si è sempre appellato nel resistere ai burocrati di Praga. Poi, come sappiamo, è arrivato il vento dell'Est. La prova di forza intentata dal regime di Jiang Zemin è arrogante quanto inutile. Come dice un proverbio cinese: non c'è muro che la forza del vento non possa attraversare.

 

IN CINA VIETATO SCRIVERE A JIANG ZEMIN

Chiedeva un impegno contro la corruzione: tre anni di carcere

 

Riccardo Cascioli

 

«Caro presidente Jiang Zemin, la nostra amata Cina sta vivendo una transizione molto difficile e per questo bisogna agire drasticamente per bloccare la corruzione dilagante, un fenomeno che è diffuso a tutti i livelli e rischia di compromettere gli sforzi in atto per promuovere lo sviluppo del nostro grande Paese. Ma il Partito non sarà in grado di affrontare questo compito a meno che riformi il sistema in senso democratico, permettendo la formazione di partiti di opposizione e liberando

i mass media dal controllo dello Stato». Era più o meno di questo tenore la lettera che un anno fa un giovane 19enne della provincia orientale del Jiangsu aveva scritto al presidente cinese. Evidentemente la lettera non è piaciuta perché, arrestato in febbraio, il giovane Wang Yingzheng è restato

in carcere e alla fine di dicembre è stato condannato da un giudice della città di Xuzhou a tre anni di carcere per reati di sovversione. La notizia però si è saputa soltanto ieri grazie al Centro di informazioni sui diritti umani e sui movimenti democratici in Cina, una organizzazione che ha sede a Hong Kong. Alcuni familiari di Wang hanno riferito che il giovane dissidente ha iniziato lo sciopero della fame. Al suo «maestro», comunque, è andata anche peggio: pochi giorni prima Qin Yongmin era stato condannato a 12 anni di reclusione per aver tentato di registrare il Partito democratico cinese,

diventato da un anno a questa parte uno dei principali obiettivi della repressione del regime, proprio per il tentativo di ottenere il riconoscimento ufficiale delle autorità.

Wang aveva aiutato Qin a organizzare il Partito nel Jiangsu ed è stato arrestato mentre stava fotocopiando un suo articolo in cui ribadiva i concetti espressi nella lettera a Jiang Zemin. Non che in Cina sia tabù parlare della corruzione rampante, anzi: è una delle principali preoccupazioni del regime, tanto che i condannati per corruzione costituiscono ormai una larga fetta di quanti subiscono la pena capitale (oltre 3 mila esecuzioni l'anno). E lo stesso premier Zhu Rongji si è più volte scagliato contro questo fenomeno, diffuso a tutti i livelli, soprattutto tra i funzionari locali dello Stato e del partito. In settembre aveva fatto molto clamore il caso di Xu Yunhong, un membro del Comitato centrale del Partito comunista espulso dopo la scoperta di un suo coinvolgimento in un grave scandalo di corruzione nella città di Ningbo, dove era segretario del partito: approfittando del grosso flusso di denaro che arrivava in questo importante centro tessile e navale poco a sud di Shanghai, ne aveva indirizzato una fetta per favorire se stesso e la propria famiglia, con una perdita complessiva per lo Stato di 100 milioni di dollari.

E a metà dicembre sono stati resi noti i risultati di un'inchiesta condotta da una commissione incaricata dal partito, che ha appurato come miliardi di dollari stanziati per banche, industrie di Stato e progetti governativi siano andati «perduti» per corruzione, incompetenza, frodi.

Ma ciò che è permesso dire ai leader del regime, in Cina non è concesso ai singoli cittadini, soprattutto se questo si accompagna a richieste di aperture democratiche. Anzi, da molti mesi ormai il partito ha lanciato una campagna di «tolleranza zero», finalizzata ad estirpare alla radice qualsiasi organizzazione che, anche lontanamente, potrebbe rappresentare un centro di potere alternativo al regime, dal Partito democratico alla setta Falun Gong, dal monachesimo tibetano alla Chiesa cattolica «sotterranea».

È una guerra che indica la difficoltà in cui si dibatte il regime, incapace ormai di controllare una società in fermento neanche con lo strumento della repressione. Al punto che la guerra è arrivata all'interno stesso del Partito comunista, e non solo per i casi di corruzione: i quattro condannati a pesanti pene (dai 12 ai 18 anni di carcere) il 26 dicembre scorso per l'appartenenza alla Falun Gong, erano tutti membri del Partito, alcuni addirittura con incarichi ministeriali.

 

Il dissidente Harry Wu: la sfida al Vaticano nasce dalla necessità di annientare

ogni organizzazione in concorrenza con il partito

«IL REGIME È IN DIFFICOLTÀ,

 PERCIÒ REPRIME DI PIÙ»

«L'Occidente non si lasci ingannare da questa falsa libertà di religione offerta dal governo»

 

Paolo Mastrolilli

 

New York. «Gli ultimi arresti dei dissidenti, così come le persecuzioni religiose e la nomina dei vescovi della Chiesa patriottica, fanno parte dello stesso quadro. Il governo cinese attraversa un periodo difficile, e quindi da una parte aumenta la repressione della società, e dall'altra cerca l'assistenza economica dell'Occidente».

Questa è l'analisi di Harry Wu, uno dei più famosi dissidenti cinesi in esilio, che oggi vive in California e ha la cittadinanza americana. Nel 1995 Wu fu oggetto di una disputa diplomatica tra Washington e Pechino, perché le autorità della Repubblica popolare lo arrestarono, mentre documentava

segretamente i campi di lavoro dove vengono rinchiusi i prigionieri politici. Proprio in questi giorni abbiamo visto una nuova retata di arresti.

«In realtà - spiega Wu dalla sua casa vicino San Francisco - l'ondata di repressione è cominciata da almeno sei mesi, e ha colpito nello stesso tempo i dissidenti politici e i gruppi religiosi. L'esempio della setta Falun Gong è il più evidente, ma sono stati colpiti anche alcuni membri della Chiesa cattolica clandestina e del buddhismo tibetano. Questi attacchi si spiegano con le difficoltà economiche attraversate di recente dal governo. La disoccupazione sta crescendo, gli investimenti stranieri sono scesi del 40%, e anche i commerci internazionali si sono ridotti, in alcuni casi fino al 35%. Quindi il regime, per evitare di perdere il controllo del Paese, sta perseguitando tutte le potenziali forme di opposizione».

Eppure le autorità dicono che la crescita continua ad essere buona. Si tratta di propaganda. La verità è che il Paese sta rallentando, dopo anni di grande sviluppo. E la prova delle difficoltà si trova anche nella fretta con cui la Repubblica popolare sta cercando di entrare nella Wto. Nel breve

termine, infatti, la repressione tiene sotto controllo la gente. Ma per avere la stabilità nel lungo termine servono i soldi, e i soldi possono venire solo dagli investimenti privati occidentali.

Perché il governo cinese ha deciso di sfidare il Vaticano proprio in questo momento, nominando i nuovi vescovi della Chiesa patriottica?

Le ragioni di attrito sono note, e vanno dalle differenze ideologiche fino ai rapporti diplomatici con Taiwan. I leader comunisti, inoltre, sono sempre stati contrari alle istituzioni che possono costituire un'organizzazione nazionale, in concorrenza con il partito. La sfida dei nuovi vescovi però è stata lanciata in questo momento, perché Pechino ha sentito la necessità di occupare delle posizioni. Il governo teme che la Chiesa clandestina cresca, magari anche grazie alle ordinazioni fatte in segreto dal Vaticano, e quindi ha cercato di correre ai ripari. La cosa importante è che l'Occidente non si faccia illudere da questa falsa libertà di religione offerta dal governo, e continui a considerare l'intromissione da parte dello Stato nelle questioni di fede come una violazione dei diritti umani.

Lei ha detto che Pechino ha fretta di entrare nella Wto, perché ha bisogno del sostegno economico occidentale, e nei prossimi mesi il Congresso dovrebbe discutere proprio l'accordo raggiunto in novembre tra Stati Uniti e Cina su questo tema. Pensate di sfruttare questa occasione, per riaccendere

la protesta?

Senza dubbio. Il dibattito al Congresso dovrebbe cominciare a febbraio, e noi già stiamo preparando manifestazioni e conferenze stampa, insieme ad alcuni gruppi che sono stati attivi a Seattle. Se Pechino entrerà nella Wto, questa concessione non potrà venire gratis. L'Organizzazione Mondiale dei Commerci ha il potere di chiedere la fine dei lavori forzati, e più rispetto per i diritti umani. Se la Cina rifiuterà di prendere impegni in questo settore, l'ingresso dovrà essere negato

 

La condanna di un giovanissimo dissidente è l'ultimo episodio di una dura campagna lanciata dal regime contro ogni forma di espressione sociale non controllata dal partito

 

LA «RESISTENZA» DI LU SIQING

GUERRIERO DELL'INFORMAZIONE

 

Lo hanno ribattezzato il «guerriero dell'informazione», perché è diventato nel giro di tre anni la principale fonte di notizie non solo sui dissidenti e sulla situazione dei diritti umani in Cina, ma anche sui disordini sociali che stanno sconvolgendo le zone rurali. Si chiama Lu Siqing, ha 35 anni, ed è praticamente l'unica persona che sta dietro il Centro di informazioni sui diritti umani e sui movimenti democratici in Cina.

Nato nella provincia dell'Hunan da membri del Partito comunista, Lu è entrato nel mirino delle autorità già a 17 anni, quando - di leva nell'Esercito di liberazione del popolo (Pla) - scrisse un saggio sulle riforme politiche. Dopo un anno di carcere frequentò l'Università di Tecnologia di Changsha (Hunan), dove si ritrovò, ormai laueato, a organizzare manifestazioni a sostegno dei giovani della Piazza Tienanmen, nel 1989. Incarcerato ancora per un anno senza processo, nel 1990 si trasferì a Shenzhen (alle spalle di Hong Kong), da dove se ne dovette andare nel 1993 per evitare un nuovo arresto. A Hong Kong trovò l'asilo politico e la possibilità di creare il centro di informazioni, che nel 1996 cominciò a inviare comunicati stampa via fax. Trovò anche un lavoro part-time come consulente informatico, fonte di finanziamento per la sua «guerra» insieme allo stipendio della moglie. In effetti l'unica vera voce passiva nel bilancio del suo Centro è quella della bolletta telefonica, visto che l'ufficio è in realtà una piccola stanzetta con fax e telefono, ricavata nella sua abitazione. Qui Lu riceve notizie da oltre un migliaio di informatori sparsi per tutta la Cina e immediatamente le rilancia ai maggiori network e agenzie, «beffando» le autorità di Pechino.

 

Nuova religiosità: sfida alla Nuova Evangelizzazione – TESTI e DOCUMENTI

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