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Le fate di Conan Doyle

Massimo Introvigne

Le librerie del New Age negli Stati Uniti - attente a cogliere i primi segni del declino delle mode precedenti degli angeli e degli extraterrestri - avevano proclamato il 1997 "l’anno delle fate". La data non era stata scelta a caso. Nel 1997 ricorreva infatti l’ottantesimo anniversario dell’apparizione delle fate a Cottingley, in Inghilterra. L’evento è stato ricordato da un film con Ben Kingsley, Photographing Fairies, tratto dall’omonimo romanzo di successo di Steve Szilagyi, pubblicato nel 1992 da un documentario televisivo inglese Fairy Tale A True Story, di Charles Sturridge con Peter O’Toole e Harvey Keitel; e da una nuova edizione del classico sulle apparizioni del 1917, The Case of the Cottingley Fairies, del giornalista Joe Cooper. Nel documentario di Sturridge Peter O’Toole interpreta la parte di sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), il creatore di Sherlock Holmes, che appare anche nel romanzo di Szilagyi.

Che cosa c’entra Conan Doyle con le fate di Cottingley? C’entra molto. Fu infatti proprio Conan Doyle a diffondere negli ambienti teosofici ed esoterici di tutto il mondo la notizia delle apparizioni delle fate a Cottingley, prima con due articoli sullo Strand Magazine, del dicembre 1920 e marzo 1921 e quindi con un libro, The Coming of the Fairies ("La venuta delle fate"), pubblicato a Londra nel 1922 e quindi in una seconda edizione ampiamente rivista nel 1928. Il volume non era mai stato tradotto in italiano, fino a quando nel 1992 uscì da SugarCo - con il titolo Il ritorno delle fate e con la riproduzione delle fotografie originali conservate dalla biblioteca dell’Università di Leeds - in un’edizione curata dal sottoscritto e dallo specialista americano Michael W. Homer. Anche i lettori italiani potevano così scoprire una curiosa verità su Conan Doyle: lo stesso romanziere che aveva messo in scena il trionfo della ragione deduttiva con Sherlock Holmes era stato un fervente difensore della credenza delle fate.

Ma che cosa era successo, precisamente, ottant’anni fa a Cottingley? In quell’anno una bambina di nove anni, Frances Griffiths (1907-1986) si era trasferita nella località dello Yorkshire dal Sudafrica, andando a vivere insieme con la madre in casa di una zia materna che aveva una figlia di sedici anni, Elsie Wright (1901-1988). Un giorno Frances ed Elsie tornano a casa bagnate. Rimproverate, spiegano che presso un ruscello si sono sporte per vedere le fate. Trattate da bugiarde, chiedono in prestito la macchina fotografica del padre di Elsie, e tornano a casa con una fotografia dove Frances è circondata da quattro fate danzanti. A questa prima foto, del luglio 1917, ne segue in settembre un’altra che mostra Elsie con uno gnomo. La famiglia non dà troppa pubblicità alle apparizioni, ma la madre di Elsie partecipa alle attività della Società Teosofica e nel 1919 trasmette le fotografie a Edward L. Gardner, un’autorità fra i teosofi in materia di spiriti. Gardner ne parla all’amico Conan Doyle che, razionalista e ostile al Cristianesimo e ai miracoli, è però un attivo spiritista e si interessa a tutta una serie di fenomeni occulti. Il romanziere prega Gardner di indagare nello Yorkshire e, quando il teosofo conferma che le ragazzine sembrano degne di fede, si lancia a capofitto nella propaganda internazionale dell’episodio. Confida che con il primo articolo sullo Strand Magazine pensa di avere innescato una

"bomba ad orologeria. Posso immaginare il grido di ‘Falso!’ che farà sorgere. Ma le fotografie resisteranno all’investigazione. E’ una cosa che, naturalmente, non ha niente a che fare con lo spiritismo in senso proprio. Ma qualunque cosa che può scuotere la mente dalle sue ristrettezze e farle comprendere che mondi senza fine ci circondano, separati solo da una differenza di vibrazione, potrà lavorare nella generale direzione della verità".

Conan Doyle si considerava un esperto di fotografia, e aveva esaminato le prime due fotografie - e le altre tre scattate dalle ragazze di Cottingley nel 1920 - senza trovare nessun sintomo di trucco o di doppia esposizione. Le fotografie tuttavia non hanno "resistito all’investigazione". In anni più recenti, esperti più simili allo scettico Sherlock Holmes, che al credulo Conan Doyle le hanno riesaminate, e hanno concluso che - senza bisogno di doppia esposizione - le bambine hanno semplicemente collocato nei prati di Cottingley delle banali silhouette, delle fate di cartone, che poi hanno fotografato. Ironia della sorte, la prima e più celebre fotografia sembra ispirata a un disegno di un libro per bambini del 1914, il Pincess Mary’s Gift Book, a cui aveva contribuito lo stesso Conan Doyle. Nel bel mezzo di una serie di articoli sul "sorprendente caso delle fate di Cottingley" pubblicati tra il 1982 e il 1983 dall’autorevole The British Journal of Photography, il caso diventa veramente "sorprendente". La più vecchia delle bambine di Cottingley, Elsie - ormai un’anziana signora - scrive e confessa che si trattava proprio di fate di cartone, di uno "scherzo, che è stato ora smascherato", iniziato per gioco e sostenuto per anni per non creare problemi alla madre teosofa di Elsie e al povero Conan Doyle. La rivista rintraccia anche Frances, la cui versione è diversa: sì, le fate sono di cartone nelle prime quattro fotografie, ma non nella quinta che "è una vera fotografia di vere fate". Per Frances le fate esistono, ma nessuno avrebbe creduto alla loro esistenza se - attraverso le prime quattro fotografie - non avessero corredate di prove false una storia vera. Oggi anche la quinta fotografia viene messa in discussione dagli esperti, ma certo a rigor di logica Frances (che è morta nel 1986) aveva ragione.

Il fatto che le fotografie di Cottingley siano false non dimostra che le fate non esistono. Chi ci crede può continuare a credere - il romanzo di Szilagyi rilegge l’episodio in chiave scettica, ma il documentario di Sturridge concede alle fate il beneficio del dubbio - e le librerie del New Age possono sperare di fare buoni affari con l’"anno delle fate". Più interessante sarebbe chiedersi perché un razionalista "puro e duro" come Conan Doyle, allievo entusiasta a Edimburgo del più anticristiano dei positivisti inglesi, Joseph Bell (1837-1911), uno dei modelli per il personaggio di Sherlock Holmes, si sia lasciato ingannare dalle false fotografie delle fate. Si potrebbe rispondere - ricordando le credenze nella magia, nello spiritismo, nell’occulto di tanti altri illustri razionalisti scettici nei confronti del cristianesimo, da Napoleone a Garibaldi - che il cuore degli uomini aborra il vuoto e che, rifiutata la fede in Dio, va alla ricerca di credenze alternative (tanto più se si presentano come "scientifiche" e offrono "prove" tangibili: per esempio, fotografie). Come scriveva un avversario letterario di Conan Doyle (e di Sherlock Holmes), il cattolico Chesterton, quando non si crede più in Dio non è che non si creda più a nulla: si crede a tutto.

 

* "Io sono la Via, la Verità e la Vita…!" n. II\ 6; "Avvenire", anticipato con il titolo redazionale "Attenzione: fate in volo!" in "Avvenire", 27\10\1997.

 

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